
Omelia in occasione del Transito di san Gerardo Maiella
Mater Domini 15 ottobre 2026
Cari fratelli e sorelle,
siamo qui raccolti nella memoria del Transito del nostro caro San Gerardo. Non celebriamo una fine, ma un passaggio, una trasfigurazione: il momento in cui una lampada, consumatasi d’amore sulla terra, viene riaccesa per sempre nel Regno dei Cieli.
Stasera, in questo anniversario del 300° anno dalla sua nascita, accogliamo con gioia la comunità di Muro Lucano, terra natia di Gerardo, che rinnova il gesto antico dell’offerta dell’olio. Questo olio non è soltanto materia: è il sudore del lavoro, è la preghiera dei giovani, è la speranza delle madri, è la vita della vostra e nostra terra lucana. Mentre la fiamma della lampada si alimenta di quest’olio, la nostra fede si alimenta della testimonianza di questo piccolo grande frate redentorista.
Il Vangelo di stasera ci offre la chiave di tutta l’esistenza gerardiana: il chicco di grano. Gesù annuncia che la gloria passa attraverso l’abbassamento, che la vita fiorisce solo quando si dona senza calcolo. Gerardo stesso ebbe ad affermare: “La fede mi è vita e la vita mi è fede”. Prima di indossare l’abito redentorista tra i figli di Sant’Alfonso, Gerardo ha vissuto 23 anni a Muro Lucano facendo il sarto. Ma il suo mestiere non è stato un dettaglio marginale: è stato un laboratorio dell’anima. Come un sarto misura, taglia, cuce e ricompone le stoffe, così Gerardo ha permesso allo Spirito Santo di “cucire” la sua vita su quella di Cristo. Si è rivestito di Cristo per poi rivestire i poveri, donando il suo cappotto e il suo pane con distacco evangelico.
Guardando la sua giovinezza a Muro, vediamo un ragazzo provato, spesso incompreso, deriso da una società che scambiava la sua radicalità per stravaganza o “follia”. Gerardo ha conosciuto la solitudine che provano tanti nostri giovani oggi di fronte al giudizio o alla ferocia delle parole. Ma quale fu la sua risposta? Non il rancore, non la chiusura, ma un sorriso disarmante, il silenzio della pace, la purezza di chi dona il cuore a Dio. Emblematico resta quel gesto sponsale verso la Vergine Maria: rispose alle pressioni del mondo donando il suo anello alla Madonna, scegliendo di essere interamente del Signore.
Gerardo cercò la sua vocazione con ostinata tenacia: rifiutato dai Cappuccini, tentò la via eremitica, e persino tra i Redentoristi fu inizialmente accolto con scetticismo, etichettato come “fratello inutile”. Eppure, la “follia di Dio” risplende proprio nella debolezza umana. Egli non aveva grandi titoli accademici, ma possedeva la saggezza dei semplici. La sua non era una fede confinata all’interno delle mura di un convento: era una spiritualità vissuta per strada, impastata con le lacrime e la gioia della gente. Entrava in estasi cantando il Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso, perché vedeva nell’Incarnazione l’abbassamento di Dio per amore dell’uomo. Gerardo ha risposto all’invito universale che oggi grida anche a ciascuno di noi: «Che ci stiamo a fare qui se non ci facciamo santi?». La santità di Gerardo si è mossa su tre direttrici essenziali che la Chiesa ripropone nell’orazione a lui dedicata nell’odierna festività liturgica: Attrazione: Si è lasciato conquistare dal volto di Gesù. Conformità: Si è unito alla Passione del Signore con una vita offerta e penitente.
Trasfigurazione: Ha permesso all’amore di Dio di trasformare ogni sua fragilità in bellezza per gli altri.
Non è un caso che San Gerardo sia invocato in tutto il mondo come Patrono della vita nascente e delle madri. Dal gesto del bimbo Gesù che riceve il pane dalle sue mani al miracolo del fazzoletto regalato alla giovane madre in travaglio, Gerardo ci ricorda che ogni vita è un dono che viene da Dio e a lui ritorna. Di fronte alla frammentazione della nostra epoca — segnata da individualismo, solitudine, perdita di senso e smarrimento affettivo — Gerardo ci offre la “sana medicina del Vangelo”. Oggi abbiamo urgente bisogno di un alfabeto dell’amore: insegnare ai nostri giovani una dimensione dell’affettività e della corporeità vissuta nell’ordine dell’amore (ordo amoris), nel rispetto e nel dono sincero di sé. La pace sociale di cui il mondo ha sete non si costruisce con i proclami, ma iniziando a disarmare il proprio cuore. Quando Gerardo, ormai gravemente malato, pose sulla porta della sua cella il cartello: «Qui si compie la volontà di Dio, come vuole Dio e per quanto piace a Dio»…non stava esprimendo una rassegnazione passiva, ma la vittoria della fiducia. Egli con evangelica convinzione ha trasformato il letto del dolore in un altare, la sofferenza in un cantiere di speranza.
Carissimi pellegrini e cara comunità di Muro Lucano, stasera offrite l’olio che arderà dinanzi all’immagine dell’esile figlio della terra di lucania. Quest’olio è simbolo della continuità tra la terra dove Gerardo è nato e il luogo dove Gerardo ha compiuto il suo transito al Cielo. Accendendo questa lampada, chiediamo la grazia per tutta la Basilicata e per la Chiesa intera di vivere questo tempo giubilare gerardiano non come una semplice ricorrenza esteriore, ma come un pellegrinaggio interiore. L’indulgenza che la Chiesa ci dona per questo Giubileo è un invito a sanare le ferite del cuore, e riunire le divisioni tra ciò che crediamo e ciò che viviamo ogni giorno.
San Gerardo, figlio di Muro Lucano e fratello di tutti noi,
guarda a questa tua terra e alle nostre famiglie.
Insegna ai giovani il coraggio delle scelte radicali e la bellezza del cuore puro.
Sostieni le madri nell’attesa e nel dono della vita.
Dona ai malati la certezza che nel dolore non si è mai soli, ma stretti al mistero della Croce.
Ottieni per le nostre comunità l’olio della fede, della gioia e della carità fraterna.
Mentre questa lampada arde, fa’ che le nostre vite diventino un riflesso luminoso della bellezza di Cristo, perché anche noi, come chicchi di grano donati per amore, possiamo portare frutto per la vita eterna.
Amen.


