Il Papa: i morti in mare vittime di decisioni mancate, l’Europa ha una responsabilità epocale

Il Papa celebra la Messa nel Campo sportivo “Arena” a conclusione della sua visita a Lampedusa. Ricorda Papa Francesco, le vittime dei naufragi, ringrazia istituzioni civili, sociali ed ecclesiali per l’opera di accoglienza compiuta in questi anni e “il miracolo della compassione”. Lancia poi un appello al Vecchio continente perché scelga la pace e non la logica della forza. Raccomanda di abbattere i muri: quelli dati dall’appartenenza religiosa o tra migranti e turisti

Salvatore Cernuzio – Inviato a Lampedusa Vatican News

L’appello, non urlato e proprio per questo ancora più incisivo, è all’Europa chiamata a “una responsabilità epocale” sul tema migratorio. Il ricordo è per “i morti in mare”, vittime di “decisioni prese e decisioni mancate”. Il grazie è per tutti: Chiesa, istituzioni civili, Ong, Guardia Costiera e per gli stessi migranti, che hanno dimostrato loro stessi capacità di accoglienza, resistenza, resilienza. Parla da Pontefice ma si presenta come pellegrino “sulle orme di Papa Francesco”, Papa Leone XIV, a una Lampedusa che lo accoglie con calore e fervore come fece tredici anni fa, l’8 luglio 2013, con il Pontefice argentino che, senza troppi preavvisi e pochissimo tempo di preparazione, volle compiere in quest’isola il suo primo viaggio da Successore di Pietro per portare conforto alla comunità sconvolta da un naufragio in cui persero la vita oltre 300 persone.

Il grazie del Papa

Una tragedia ripetuta nel tempo su queste coste cristalline affollate di turisti e che hanno visto sempre la stessa risposta: accoglienza, solidarietà, vicinanza. Prima improvvisata, spontanea, da parte della gente, poi organizzata e controllata grazie alle Ong e alle forze dell’ordine. Per questo Leone nell’omelia della Messa al campo sportivo Arena della Località Salina – ultimo appuntamento del viaggio a Lampedusa – dinanzi a 4 mila persone da tutta la regione, ripete più volte la parola “grazie”.

Grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel “Forum Lampedusa Solidale”, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme.

Il Vangelo diventa muto quando ognuno fa di sé stesso un’isola

Un lungo elenco di istituzioni e rappresentanti della Chiesa, della politica e della società civile che, in questi anni di sbarchi e salvataggi, hanno testimoniato quell’amore che è fulcro del Vangelo. E proprio dal Vangelo il Papa attinge la sua riflessione: esso, afferma, “risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo”. Diventa “muto”, invece, “dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”.

Torna nelle parole del Pontefice la parabola del buon Samaritano, proclamata durante la liturgia, quale esempio di “una storia che continua”. Lampedusa e Linosa si trovano oggi su “una strada pericolosa” come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico. “Qui – dice Leone XIV – avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti”.” Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano”, sottolinea il Papa. E oggi avvertiamo “la loro presenza” che interpella la coscienza di tutti e, prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, “chiama alla prossimità”.

Ma prossimi si diventa attraverso l’amore di cui “la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato”.

La memoria dei migranti morti in mare

Il Papa guarda alle persone migranti presenti allo stadio: “Loro stesse – scandisce – non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri”. “Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico”.

Il pensiero del Papa, o meglio, la sua denuncia va anche a “chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere”. I morti in mare sono infatti “vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”.

Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre”.

Come nella parabola del buon Samaritano, anche oggi ma, in generale, in ogni tempo “non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti”. Allora, afferma Leone, “è tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza”.

Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti. Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato.

La civiltà dell’amore

Chi si lascia “portare in questa dinamica di compassione, di misericordia”, inizia infatti “a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente”. Pone, cioè, le basi per la “civiltà dell’amore” invocata da Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, che “insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso”, hanno compreso che “agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi”.

Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata

È possibile “cambiare programma e direzione”, assicura Leone XIV: “La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione”. Di questo, i lampedusani sono testimoni. “Non tutti – aggiunge il Papa – hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)”.

Messaggio all’Europa

Da questo estremo lembo nel Mare Mediterraneo, l’appello va all’Europa che, sulle migrazioni ma anche sulla transizione ecologica e la promozione della pace, “possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità”.

Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare

Tutto questo vigilando sul “rispetto della dignità di ogni persona”, compito per le istituzioni pubbliche, per la società civile e per la Chiesa.

I muri tra naufraghi e vacanzieri

Leone tocca quindi uno dei nervi scoperti del tessuto di Lampedusa: “La cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica, che – purtroppo – può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici”, evidenzia. “Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri”.

Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato

“C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna”, chiosa Leone. “In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca”.

“O’scià!”

Una parola va anche alle parrocchie, perché siano “comunità dove, alla scuola del Vangelo, si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in stile di comunione”. E, infine, una raccomandazione: “Non lasciamoci vincere dalla paura, ma guardiamo alle fatiche quotidiane come a un tempo di opportunità e testimonianza. La vostra fede – dice agli abitanti di Lampedusa – sia allora intensificata da questi anni di prova e di impegno generoso”.

Non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità. O’scià!