Sul versante della lotta agli abusi su minori e adulti vulnerabili da parte di chierici, le Linee guida della Conferenza Episcopale italiana, approvate nel 2019 e firmate insieme alla Conferenza Italiana Superiori Maggiori, hanno rappresentato uno spartiacque importante, diventando “un riferimento necessario per una presa di coscienza matura, il rinnovamento della comunità ecclesiale e il superamento di atteggiamenti di chiusura e autodifesa”. Lo ha sottolineato Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, intervenendo al 2° Incontro nazionale dei referenti dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili che si apre oggi a Roma (fino a sabato 18) sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.
Nella sua prolusione, Mons. Baturi ha ripercorso il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, soffermandosi in particolare sulla “nuova visione” e sulle nuove dinamiche introdotte dalle Linee guida, che hanno ridefinito e rilanciato l’impegno della Chiesa nel creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione e della tutela. “Il valore dei principi guida – ha rilevato – consiste nell’indicare criteri generali e obiettivi programmatici dotati per loro natura di una forza di espansione, in grado di coinvolgere azioni e persone, e di indicare limiti che non è lecito oltrepassare”.
Non solo: “in questi anni la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi sessuali di chierici nei confronti dei minori ha avuto l’effetto di accrescere il peso e lo spazio dell’intervento penale nella Chiesa, sia in termini di procedura che di normativa”, ha ricordato Mons. Baturi evidenziando che “anche l’intervento penale della Chiesa deve sapersi concepire come percorso severo e puntuale di accertamento della verità e di punizione del reo, all’interno di un più ampio cammino penitenziale di rinnovamento e conversione”.
Come indicato dalle Linee guida, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguarda l’intera comunità ecclesiale. Il ruolo del Vescovo, ha osservato infatti Mons. Baturi, “deve essere collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta nell’impegno a fronteggiare la tale ferita”. In quest’ottica, i Servizi regionali e diocesani, ormai presenti in tutte le Diocesi, “sono chiamati non a sostituire gli Ordinari nelle loro responsabilità, ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”, contribuendo – in sinergia con il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, “a diffondere una cultura della prevenzione, fornire strumenti di informazione, formazione e protocolli procedurali”.
Nel suo intervento, il Segretario Generale della CEI si è quindi soffermato sull’importanza dell’azione di accompagnamento che le Linee guida definiscono: la “responsabilizzazione” dei colpevoli; la “richiesta di perdono e di riconciliazione” in quanto “la possibilità del perdono, chiesto e donato, tende a realizzare la vera giustizia” anche se “non è, non può mai rivelarsi, un modo per eludere le conseguenze anche giudiziarie delle proprie azioni”; la “riparazione” e la decisione di un cammino di cura psicologica e sostegno spirituale, questione che “riguarda relazioni proiettate fondamentalmente verso il futuro e con un forte orientamento alla prevenzione”.
In quest’ottica, ha affermato, ci sono alcune parole che devono caratterizzare la lotta agli abusi, un impegno che chiama in causa tutti: “verità, richiamo alle responsabilità, pentimento, consapevolezza, incontro, riconciliazione, riparazione, accoglienza, memoria, tenerezza, relazione”.
“Ciò che emerge con chiarezza dalla letteratura scientifica è che la cura della relazione , la competenza relazionale, rappresenta la prima e fondamentale forma di prevenzione rispetto a ogni tipologia di abuso”, ha detto Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, sottolineando che “il Safeguarding non può restare un ambito specialistico, separato o delegato a pochi, ma è chiamato a diventare parte dell’ethos quotidiano delle nostre comunità cristiane, una missione comunitaria permanente, dimensione strutturale e ordinaria della vita ecclesiale”. Ecco allora la necessità di proseguire sulla strada intrapresa, con un rinnovato slancio nella “sensibilizzazione culturale” sulla tutela “a partire dall’ascolto di chi nella comunità è stato ferito” e nella formazione. Quest’ultima, ha chiarito Griffini, non è “un evento isolato, ma un processo continuo che aiuta le persone e le comunità a riconoscere i segnali di disagio, a nominare ciò che non funziona e ad assumere responsabilmente il proprio ruolo nelle relazioni, aumentandone la competenza relazionale”. Tuttavia, ha aggiunto, “non basta formare, è necessario accompagnare”. “La formazione – ha spiegato – deve aprire a spazi di tutela permanente, nei quali la verifica continua di quanto attuato consenta un miglioramento progressivo”. Infine, sono fondamentali “l’ascolto e la cura” delle vittime e dei sopravvissuti. “Il mandato affidatoci – ha concluso la presidente del Servizio CEI – è quello di essere mani tese, capaci di reggere il peso della sofferenza e di indicare cammini di verità e di giustizia che riaprano il futuro”.


