𝐓𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐧𝐨𝐫𝐢: 𝐥𝐞 𝐋𝐢𝐧𝐞𝐞 𝐠𝐮𝐢𝐝𝐚, 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐚𝐜𝐪𝐮𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐢𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚

Le Linee guida della Conferenza Episcopale Italiana per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili hanno rappresentato uno spartiacque decisivo, diventando “un riferimento necessario per una presa di coscienza matura, il rinnovamento della comunità ecclesiale e il superamento di atteggiamenti di chiusura e autodifesa”.
Lo ha sottolineato 𝐦𝐨𝐧𝐬. 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐁𝐚𝐭𝐮𝐫𝐢, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, aprendo a Roma il 𝐈𝐈 𝐈𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐞𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚, dedicato al tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.
Ripercorrendo il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, mons. Baturi ha evidenziato la necessità di una “nuova visione”, capace di creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione. I principi guida, ha spiegato, indicano criteri e limiti chiari, orientando azioni concrete e responsabilità condivise.
In questi anni, ha ricordato, “la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi” ha rafforzato l’impegno normativo e procedurale della Chiesa, che deve sempre coniugare l’accertamento della verità con un cammino più ampio di rinnovamento e conversione.
Accanto alla dimensione normativa, è centrale la cura delle relazioni. Come ha ricordato Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, “la cura della relazione rappresenta la prima e fondamentale forma di prevenzione rispetto a ogni tipologia di abuso”. Per questo, la formazione deve diventare un processo continuo, accompagnato da ascolto e cura delle vittime e dei sopravvissuti.
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Sul versante della lotta agli abusi su minori e adulti vulnerabili da parte di chierici, le Linee guida della Conferenza Episcopale italiana, approvate nel 2019 e firmate insieme alla Conferenza Italiana Superiori Maggiori, hanno rappresentato uno spartiacque importante, diventando “un riferimento necessario per una presa di coscienza matura, il rinnovamento della comunità ecclesiale e il superamento di atteggiamenti di chiusura e autodifesa”. Lo ha sottolineato Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, intervenendo al 2° Incontro nazionale dei referenti dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili che si apre oggi a Roma (fino a sabato 18) sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.
Nella sua prolusione, Mons. Baturi ha ripercorso il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, soffermandosi in particolare sulla “nuova visione” e sulle nuove dinamiche introdotte dalle Linee guida, che hanno ridefinito e rilanciato l’impegno della Chiesa nel creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione e della tutela. “Il valore dei principi guida – ha rilevato – consiste nell’indicare criteri generali e obiettivi programmatici dotati per loro natura di una forza di espansione, in grado di coinvolgere azioni e persone, e di indicare limiti che non è lecito oltrepassare”.
Non solo: “in questi anni la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi sessuali di chierici nei confronti dei minori ha avuto l’effetto di accrescere il peso e lo spazio dell’intervento penale nella Chiesa, sia in termini di procedura che di normativa”, ha ricordato Mons. Baturi evidenziando che “anche l’intervento penale della Chiesa deve sapersi concepire come percorso severo e puntuale di accertamento della verità e di punizione del reo, all’interno di un più ampio cammino penitenziale di rinnovamento e conversione”.

Come indicato dalle Linee guida, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguarda l’intera comunità ecclesiale. Il ruolo del Vescovo, ha osservato infatti Mons. Baturi, “deve essere collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta nell’impegno a fronteggiare la tale ferita”. In quest’ottica, i Servizi regionali e diocesani, ormai presenti in tutte le Diocesi, “sono chiamati non a sostituire gli Ordinari nelle loro responsabilità, ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”, contribuendo – in sinergia con il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, “a diffondere una cultura della prevenzione, fornire strumenti di informazione, formazione e protocolli procedurali”.
Nel suo intervento, il Segretario Generale della CEI si è quindi soffermato sull’importanza dell’azione di accompagnamento che le Linee guida definiscono: la “responsabilizzazione” dei colpevoli; la “richiesta di perdono e di riconciliazione” in quanto “la possibilità del perdono, chiesto e donato, tende a realizzare la vera giustizia” anche se “non è, non può mai rivelarsi, un modo per eludere le conseguenze anche giudiziarie delle proprie azioni”; la “riparazione” e la decisione di un cammino di cura psicologica e sostegno spirituale, questione che “riguarda relazioni proiettate fondamentalmente verso il futuro e con un forte orientamento alla prevenzione”.
In quest’ottica, ha affermato, ci sono alcune parole che devono caratterizzare la lotta agli abusi, un impegno che chiama in causa tutti: “verità, richiamo alle responsabilità, pentimento, consapevolezza, incontro, riconciliazione, riparazione, accoglienza, memoria, tenerezza, relazione”.

“Ciò che emerge con chiarezza dalla letteratura scientifica è che la cura della relazione , la competenza relazionale, rappresenta la prima e fondamentale forma di prevenzione rispetto a ogni tipologia di abuso”, ha detto Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, sottolineando che “il Safeguarding non può restare un ambito specialistico, separato o delegato a pochi, ma è chiamato a diventare parte dell’ethos quotidiano delle nostre comunità cristiane, una missione comunitaria permanente, dimensione strutturale e ordinaria della vita ecclesiale”. Ecco allora la necessità di proseguire sulla strada intrapresa, con un rinnovato slancio nella “sensibilizzazione culturale” sulla tutela “a partire dall’ascolto di chi nella comunità è stato ferito” e nella formazione. Quest’ultima, ha chiarito Griffini, non è “un evento isolato, ma un processo continuo che aiuta le persone e le comunità a riconoscere i segnali di disagio, a nominare ciò che non funziona e ad assumere responsabilmente il proprio ruolo nelle relazioni, aumentandone la competenza relazionale”. Tuttavia, ha aggiunto, “non basta formare, è necessario accompagnare”. “La formazione – ha spiegato – deve aprire a spazi di tutela permanente, nei quali la verifica continua di quanto attuato consenta un miglioramento progressivo”. Infine, sono fondamentali “l’ascolto e la cura” delle vittime e dei sopravvissuti. “Il mandato affidatoci – ha concluso la presidente del Servizio CEI – è quello di essere mani tese, capaci di reggere il peso della sofferenza e di indicare cammini di verità e di giustizia che riaprano il futuro”.