La diplomazia, la difesa della vita, la paura dell’altro, l’accoglienza, l’appello ai giovani: le parole del Papa a San Marino

Percorre in auto lo “stradone”, come lo chiama la gente. È la salita del monte Titano che porta al cuore di San Marino. Leone XIV visita la Repubblica fondata dal santo di cui porta il nome, che «vanta il primato di essere la più antica del mondo», ricorderà il Papa stesso. Visita di Stato e prima tappa della sua giornata in Romagna che lo porterà poi al Meeting di Comunione e Liberazione e nella diocesi di Rimini. Leone XIV la sceglie per riflettere su numerosi temi che gli stanno a cuore: la pace, il bisogno del dialogo e del multilateralismo, il diritto internazionale che viene «calpestato», le nuove chiusure della società, la «buona politica» che difende la vita e promuove l’accoglienza, ma anche il ruolo dei giovani che sono chiamati a non avere «paura di fare scelte esigenti», l’urgenza di «una pastorale sapiente» che abbia «cura di alimentare una forte sinergia formativa tra famiglie e comunità ecclesiali», la necessità che «si formino i fedeli a vivere la liturgia in modo corale». Una mattinata che inizia alle 9 quando l’elicottero papale atterra ai piedi del monte e che il Papa definisce «bellissima» affacciandosi dal Palazzo pubblico per salutare la folla che riempie piazza della Libertà, luogo simbolo di San Marino. Quindi spiega: «Sono veramente contento di essere qui, di godere della bellezza, della storia, della tradizione, della fede di questo popolo». E la consegna a vivere sempre «con l’autentica libertà in Cristo Gesù, con la verità. Siate sempre uniti in questo spirito accogliente».

La sfida dell’accoglienza è uno degli snodi del suo discorso “politico” nella Sala del Consiglio Grande e Generale, di fronte ai due capitani reggenti Alice Mina e Vladimiro Selva. Leone XIV è il terzo Pontefice che visita San Marino, dopo Giovanni Paolo II nel 1982 e Benedetto XVI nel 2011. E è da qui che papa Prevost sottolinea «il valore peculiare di uno Stato piccolo, “a misura d’uomo”, in cui è possibile sperimentare la prossimità della politica ai bisogni dei cittadini e, dunque, una democrazia più effettiva, tanto più se animata anche dall’ispirazione cristiana». Leone XIV definisce la Repubblica sul monte Titano «un “laboratorio” di buona politica, dove, senza derogare alla laicità dello Stato, si può attingere ai principi della dottrina sociale cattolica: la ricerca del bene comune, la destinazione universale dei beni, l’armonia di sussidiarietà e solidarietà, la giustizia sociale». E la buona politica ha al centro «la cura dell’umano», fa sapere. Il che si traduce «nella tutela di ogni vita, in ogni sua fase, dal concepimento alla morte naturale», ma anche nell’«accoglienza» che, spiega facendo riferimento alla storia sammarinese, «non è mai venuta meno lungo i secoli nei confronti di chi soffre ed è nella prova» e che «recentemente si è mostrata con il sostegno e l’ospitalità al popolo ucraino, specialmente all’inizio del conflitto». Nella Basilica del santo ammonirà poco dopo: «Viviamo in un mondo ferito da molti conflitti, in cui con preoccupazione si vedono aumentare violenze, chiusure, paura dell’altro. Di fronte a queste derive inquietanti, la nostra risposta non può che essere quella di camminare con ancora maggiore convinzione sulla via del Vangelo».

Leone XIV resta per quattro ore in una terra che ha come motto la parola “Libertas” (libertà) consegnata alla comunità dal suo santo fondatore. Vocabolo caro al primo Papa statunitense che lui declina sotto più punti di vista. Uno è quello dell’«impegno» a «una partecipazione attiva e positiva alla costruzione della pace», spiega nel Palazzo pubblico di fronte. Ciò significa «la stima per la diplomazia e per il multilateralismo, quali vie privilegiate per coltivare le relazioni internazionali e promuovere l’intesa tra le nazioni», dice. E richiama la sua enciclica Magnifica humanitas per tornare a invitare a «favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più “scomodi” o che non si riterrebbero legittimati a negoziare». Poi elogia «l’impegno in favore del diritto internazionale umanitario in un momento storico in cui esso appare quotidianamente disatteso se non addirittura calpestato». La libertà, tiene a ricordare Leone XIV, «si realizza nel dono, nella comunione, nell’incontro e nel dialogo». Da qui la condanna dell’«idolatria che guasta alla radice quei progetti politici ed economici che si presentano in nome della libertà, ma in realtà sono schiavi degli idoli e del potere».

Altra dimensione della “virtù” cara a san Marino è quella della «libertà personale», cioè «il rispetto e la promozione della dignità della persona umana, di cui la libertà è una componente essenziale», dice il Papa. Questo «comporta difendere gli spazi della coscienza». Leone XIV cita «i tanti uomini e donne che, in ogni epoca e in ogni luogo, sono martiri della libertà perché testimoniano proprio il primato della coscienza». Un esempio è «san Tommaso Moro, patrono dei governanti e dei politici». E anche «oggi, in molte parti del mondo, non mancano persone che rimangono fedeli alla loro coscienza anche in contesti di forte avversità, testimoni della vera libertà, quella che deriva dall’essere figli e figlie di Dio. Con ammirazione esprimiamo la nostra solidarietà a quanti, in questo momento, pagano di persona per non aver tradito la propria coscienza».

La libertà è anche legata alla «comunione» nella «visione cristiana», come raccontano «molti santi e sante che hanno dato inizio a esperienze di vita comunitaria in cui le persone esprimono la propria libertà nell’obbedienza a una regola, basata sul Vangelo». La comunione è la sfida «che più mi sta a cuore», aggiunge nell’incontro con la comunità ecclesiale dentro la Basilica di San Marino. E la declina sul versante ecclesiale: «Diamo, nelle nostre comunità, testimonianza di unità: tra le parrocchie e, al loro interno, tra pastori e fedeli, tra i diversi carismi e ministeri». Nel grande tempio, dove ad accoglierlo è il vescovo Domenico Beneventi, fa risaltare l’azione della Chiesa nelle aree dell’Italia che sono a rischio desertificazione, come da tempo ripete la Cei. Leone XIV sottolinea «l’importanza e la valenza profetica di alcune esperienze di sostegno vicendevole e di vicinanza con cui, nelle zone più interne di questo territorio, le piccole comunità affrontano i problemi legati allo spopolamento e alla carenza di servizi, tenendo vivo il senso di famiglia e di comunione. Queste realtà, apparentemente piccole e marginali, sono come fiammelle a cui attingere per riaccendere e rianimare in tutti il fuoco di valori solidi, antichi e sempre attuali. Tali esperienze testimoniano il calore di quella “magnifica humanitas” a cui è necessario tendere, per vincere l’individualismo di una certa cultura metropolitana e consumistica, come pure altre forme di campanilismo diffidente e divisivo, e ridonare ossigeno alle nostre speranze di fraternità e di pace».

È energico il Papa quando si rivolge ai giovani. A braccio fuori dalla Basilica, anzitutto. «Ricordate il valore della vostra vita: siete stati creati da Dio, siete tutti figli di Dio». Poi l’invito: «Siate sempre generosi e cercate di formare autentiche amicizie. L’autentica libertà è in Cristo, è nella verità in un mondo pieno di menzogne». E durante il discorso all’interno incoraggia: «Abbracciate con entusiasmo la vostra missione nel mondo! Fatelo, prima di tutto, cercando di capire qual è la chiamata per voi, unica per ciascuno, e di apprezzarne la grandezza. E poi spendetevi in essa, investendo senza risparmio tutta la ricchezza dei doni che Dio vi ha concesso. Non abbiate paura di fare scelte esigenti, come il matrimonio, la consacrazione, il ministero ordinato, la vita professionale, l’impegno sociale e politico; preparatevi nel modo migliore possibile alle responsabilità che vi attendono». Quindi il richiamo all’impegno civico. «Lasciatevi coinvolgere in iniziative e progetti di carità e di giustizia. Così contribuirete anche voi a dare “una testimonianza di pace che parla al mondo”, come dice il motto di questa mia visita». Il Papa cita la famiglia come «primo luogo di formazione alla fede, il grembo naturale in cui il Vangelo fin dall’infanzia si impara e si respira quotidianamente» e sollecita «un patto educativo» fra famiglie e Chiesa «così che i genitori si sentano coinvolti, riscoprano loro stessi la fede in modo nuovo e abbiano la gioia di trasmettere ai figli i valori cristiani di cui sono depositari». Infine un rimando «alla scuola del Concilio Vaticano II» per dire di curare «con attenzione la liturgia» come «azione comune di un unico corpo vivo in cui ogni membro attinge forza dalla Mensa del Signore, per portare la sua luce sulle strade del mondo».

di Giacomo Gambassi, inviato a Rimini, Avvenire