Mons. Carbonaro: “Basta contarsi, la Chiesa ritrovi il coraggio dell’essenziale”

Abbandonare la logica dei numeri e dei bilanci per ritrovare la freschezza originaria del messaggio cristiano. È questo il cuore del messaggio che S.E. mons. Davide Carbonaro, Presidente della Conferenza Episcopale della Basilicata e Arcivescovo di Potenza – Muro Lucano – Marsico Nuovo affida a Interris.it, tracciando un bilancio profondo e prospettico dell’ultima Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana. Mons, Carbonaro fotografa una Chiesa italiana chiamata a una svolta decisiva dopo cinque anni di cammino sinodale. Davanti alle sfide della modernità e di una società sempre più secolarizzata, Il vescovo rilancia l’urgenza di una “profezia della concretezza”: parrocchie capaci di superare il vecchio modello del “si è sempre fatto così” per diventare luoghi di autentica accoglienza, in grado di intercettare le grandi domande di senso dei laici e, soprattutto, delle nuove generazioni. Una riflessione che spazia dallo stile comunitario delle diocesi fino al personale e toccante incontro con il Pontefice, uniti nel segno di un “nuovo umanesimo” radicato nel Vangelo.

L’intervista

Eccellenza, partiamo dall’Assemblea generale della CEI che si è appena conclusa. Qual è un primo bilancio dei lavori e dei laboratori? Il presidente Zuppi ha insistito molto sulla sinodalità e sulla trasmissione della fede.

“Questo appuntamento è il frutto maturo di un cammino sinodale durato quasi cinque anni: anni di riflessione, ascolto e condivisione con il popolo di Dio. È uno stile che viene dal cuore dei vescovi e che non dobbiamo smarrire. La sinodalità non significa solo avere “problemi da risolvere”, anche se le questioni nodali e storiche non mancano e richiedono delle decisioni. Il cuore di tutto è lo stile: quel cammino comunionale che noi vescovi dobbiamo vivere tra di noi e poi riflettere nelle nostre Chiese locali e regionali, partendo sempre dalla centralità di Cristo e del suo Vangelo”.

A proposito della centralità di Cristo, colpisce il richiamo di Papa Leone XIV che ha chiesto alla Chiesa il “coraggio dell’essenziale”, invitando le comunità a essere meno preoccupate di conservare le proprie strutture e più libere di annunciare. Quanto è urgente questa conversione oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale?

“È fondamentale. Dobbiamo smettere di contare e di contarsi; a volte le nostre Chiese hanno vissuto un po’ troppo di cifre. Noi contiamo solo per Cristo ed è la sua forza di salvezza a dare valore alla nostra vita. Il Papa ci chiede il coraggio di dire questo a una società fortemente secolarizzata e a quanti se ne sono dimenticati. Tornare all’essenziale significa fare come San Francesco ottocento anni fa: quando i frati gli chiedevano una regola complessa, lui rispondeva che bastava vivere il Vangelo sine glossa, senza commenti, ma con pienezza. Il Vangelo va raccordato alla vita concreta. Il Papa ci ha chiesto gesti concreti che abbiano la forza della profezia, perché la profezia è la vita stessa della Chiesa e dello Spirito”

Durante i lavori si è riflettuto molto sul ruolo dei laici. Il Pontefice immagina parrocchie accoglienti e missionarie, vicine alle famiglie e capaci di intercettare i giovani. Come si traduce questo nella realtà attuale?

“Se le nostre comunità restano asfittiche e autoreferenziali, legate solo al ‘si è sempre fatto così’, allora ci limitiamo a vivacchiare. Se invece questa forza profetica esce all’esterno e incontra le domande delle persone senza la pretesa di fare i “maestrini di turno”, ma offrendo una testimonianza viva, allora tutto cambia. I giovani hanno l’olfatto fine: avvertono se in una comunità c’è qualcosa di forte e di vivo che interpella la loro esistenza, o se si tratta solo di trasmettere vecchie tradizioni. È così che giovani, adulti e persone lontane possono tornare ad ascoltare la Parola”.

Un’ultima curiosità personale: nel momento del saluto a Papa Leone XIV, che cosa gli ha detto?

“L’incontro e il saluto con il Santo Padre sono stati un momento intenso. L’ho ringraziato per il suo magistero straordinario, che in questo tempo difficile ci fa da bussola recuperando la bellezza e la magnificenza dell’umanità. Si tratta di un nuovo umanesimo, fondato sulle novità perenni del Vangelo. Gli ho espresso la mia gratitudine per l’enciclica Magnifica Humanitas e per la lettera che ha indirizzato a noi Vescovi della Basilicata in occasione del terzo centenario della nascita di San Gerardo Maiella, che ricorre quest’anno. Le sue parole verso la nostra Chiesa lucana sono state di grande delicatezza, un invito a rivitalizzarci e a testimoniare il Vangelo sul cammino tracciato da questo splendido santo”.