C’è un’immagine, nel cuore della solennità della Presentazione di Gesù al Tempio, che la penna di Luca fissa con la precisione di uno zoom cinematografico: sono le mani di Simeone. Mani anziane, segnate dal tempo, che non stringono un possesso, ma reggono un dono. In questo gesto si compendia il senso profondo della Candelora: un passaggio di luce che non ci appartiene, ma che ci viene consegnata affinché possiamo, a nostra volta, portarla nelle pieghe della quotidianità.
Il cristiano, oggi più che mai, deve riscoprire un’umiltà fondamentale: non siamo noi la sorgente della luce. La luce va chiesta, va accolta e va protetta tra le palme delle mani. In un mondo che esalta l’autonomia individuale come valore assoluto, la festa odierna ci ricorda che la vera realizzazione non sta nel bastare a se stessi, ma nel saper ricevere. È questo il cuore della Vita Consacrata che celebriamo oggi: uomini e donne che, innamorati del Vangelo, testimoniano come la vita diventi “esponenzialmente più grande” non quando la si trattiene, ma quando la si dona.
L’incontro tra il Bambino e i due anziani, Simeone e Anna, è il simbolo di un’alleanza necessaria. Abbiamo un disperato bisogno di adulti e anziani nella fede che continuino a prendere per mano le nuove generazioni. Se l’umanità recupera questo legame, comprenderà che gli anziani non sono lo “scarto” di un sistema produttivo, ma le colonne e i passatori di testimonianza. Le loro parole di speranza non riguardano solo il passato, ma dicono qualcosa di noi, oggi: ci parlano di risurrezione in un tempo troppo spesso “votato alla morte” o assuefatto alla logica della guerra.
Simeone ha atteso il Messia per tutta la vita. La sua figura è uno schiaffo benefico alla nostra cultura del “tutto e subito”, della velocità che consuma senza assaporare. Egli non attendeva con l’orologio in mano, ma con la gioia nel cuore. Ci insegna che il tempo non è un bene sprecato o una clessidra che si svuota, ma uno spazio abitato da Dio che allarga gli orizzonti dell’esistenza. Recuperare il valore dell’attesa significa ridare dignità alla speranza che non delude.
Infine, il cammino sinodale ci interroga sul volto delle nostre comunità. Come trasformare le parrocchie in luoghi di autentica accoglienza per i fragili e i lontani? Non bastano le nostre doti di ospitalità, occorre che nelle nostre comunità risuoni la parola viva del Vangelo. Il Sinodo non è la ricerca di soluzioni tecniche a problemi burocratici, ma lo sforzo di tornare a riconoscere Gesù di Nazareth in mezzo a noi. Solo lasciandoci “perfezionare” da Lui potremo passare da una Chiesa che gestisce servizi a una Chiesa che è casa di comunione, dove nessuno si senta giudicato, ma ciascuno si senta accolto da quelle mani che, come quelle di Simeone, sanno ancora sostenere la vita che nasce.


