Mentre il sipario cala su un anno segnato da ferite gravissime e da un dolore che ha travalicato i confini nazionali per farsi dramma universale, l’umanità si ritrova sospesa in un “campo minato”. È questa l’immagine nitida di un presente in cui la pace, quando c’è, appare troppo spesso provvisoria, fragile, ridotta a un mero incastro di compromessi umani e geopolitici. Ma la pace autentica, come ci ricorda incessantemente il magistero di Papa Leone XIV, non può nascere dai tavoli delle trattative se prima non trova dimora nel cuore degli uomini.
L’editoriale di questo nuovo anno non può che partire da un paradosso: la voce del Papa è oggi una “voce disarmata”, eppure è l’unica capace di denunciare la verità nuda che sottostà ai conflitti. Il rischio che corriamo, in assenza di una visione spirituale capace di orientare e dare ritmo alle nostre decisioni, è quello di rincorrere soluzioni effimere. Il Papa si fa voce di chi non ha voce, di quell’umanità che desidera la pace ma viene sistematicamente esclusa dalle stanze del potere. È un richiamo all’Europa e ai grandi organismi internazionali: la cooperazione non può essere solo economica o difensiva, deve essere una tensione morale verso il bene comune.
Una luce di speranza brilla tuttavia nei gesti controcorrente delle nuove generazioni. L’esperienza dei giovani che, come accaduto nell’incontro di Taizé a Parigi, scelgono di attendere l’anno nuovo tra “altri suoni e altri rumori” — quelli del silenzio e della preghiera — ci indica una via percorribile.
I giovani sono oggi l’espressione più pura della “pace disarmata”. Con le loro mani alzate al cielo, gesto universale che accomuna ogni fede e ogni cultura, essi testimoniano che l’unità è possibile. La loro ricerca ecumenica non è un esercizio teorico, ma la dimostrazione plastica che generazioni diverse possono e vogliono abbattere i muri del pregiudizio per chiedere il dono della fraternità.
L’auspicio per il 2026 deve dunque tradursi in un impegno concreto di conversione strutturale. Non basta fermarsi; è necessario pensare a come ricostruire. È tempo di dire basta a un’economia costruita sulle armi, un sistema che si autoalimenta attraverso la distruzione.
La vera sfida che ci attende è l’edificazione di una nuova economia: l’economia della ricostruzione, della rigenerazione del cuore umano e dell’educazione alla fraternità universale. Dobbiamo ridare dignità a milioni di fratelli e sorelle le cui vite sono state calpestate dalle logiche del profitto bellico.
Iniziamo questo nuovo anno con un desiderio radicale: che la politica torni a essere lo strumento per curare le ferite e che ogni uomo di buona volontà si faccia custode di quella pace “alta”, l’unica capace di durare nel tempo e di trasformare la storia.


