Omelia in occasione dell’inizio del Pellegrinaggio Nazionale UNITALSI
Santuario delle Lacrime Siracusa 14 novembre 2025
Non ci stupiamo più di fronte al pianto di un bimbo, al sorriso di un giovane, al sospiro di un anziano. L’indifferenza ci fa passare oltre, la razionalità ci prosciuga, la banalità ci spegne. Eppure quelli del nostro corpo sono linguaggi universali, capaci di dire oltre le parole, di accendere emozioni profonde, di veicolare sentimenti. Dalla Bibbia sappiamo non solo che Dio piange e sorride, ma che si prende cura, come farebbero un papà ed una mamma del pianto ultimo dell’umanità e della fatica che l’uomo fa, quando percorre la strada del dolore e della morte. Cari fratelli e sorelle siamo qui per accendere lo stupore, per alimentare la speranza, per chiedere che il Signore Gesù, morto e risorto per noi, si lasci incontrare. Dalla trasparenza delle lacrime dell’uomo possiamo intravvedere il volto di Dio. Le lacrime racchiudono la storia della nostra umanità dal primo vagito, alla vita che si spegne. “Le lacrime di chi ama sono la più potente lente d’ingrandimento della vita: guardi attraverso una lacrima e capisci cose che non avresti mai potuto imparare sui libri” (E. Ronchi). Con Dio, la Chiesa asciuga lacrime, anche se sa che questo fiume sgorgato dal cuore, non fiorirà se non nelle mani del Padre di Gesù Cristo, che le tergerà e le raccoglierà da ogni angolo della terra. E la sorte dell’umanità pellegrina, cercatrice di Dio, depositaria del suo amore: “Umanità che va piangendo portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con gioia, portando i suoi covoni” (Sal 125). È il mistero della vita di Dio che genera nel pianto e fa risorgere nella gioia. Sono le lacrime di Rachele di fronte alla sorte dei suoi figli, di Gesù davanti all’ostinazione di Gerusalemme, di Maria Maddalena presso la tomba del Maestro, in quel crepuscolo di morte prima di essere chiamata per nome. Sono le lacrime dei genitori che piangono la morte dei figli a causa della guerra, della malattia, di un incidente improvviso, di un suicidio inaspettato. Una sorgente interminabile che lava il male del mondo, che si unisce alla Pasqua di Cristo, anche quando non ne siamo consapevoli, anche quando siamo arrabbiati con Dio e con la vita. Lui è lì, ad asciugare le nostre lacrime, ad attendere i nostri tempi, a segnare con la sua pazienza il ritorno a lui dopo il nostro smarrimento. Il suo è un cuore che si commuove dentro le viscere e ci riveste di tenerezza.
Dal 29 agosto al 1 Settembre 1953 in piena ricostruzione postbellica, una coppia di sposi Angelo Iannuso e Antonina Giusto, mentre il Signore li benediceva con il prodigio della vita, furono testimoni di un segno inatteso. La piccola immagine della Madonna posta sul capezzale del loro letto, cominciò a lasciar sgorgare lacrime umane. Gesù nel Vangelo aveva detto che, qualora i piccoli fossero messi a tacere avrebbero gridato le pietre (Cf. Lc 19,40). Sono proprio i piccoli, testimoni di queste misteriose lacrime, scaturite come l’acqua dalla roccia, per irrorare le ferite del cuore umano. Lo stesso Pontefice Pio XII alla notizia dell’evento in un noto radiomessaggio esclamò: “Comprenderanno gli uomini l’arcano linguaggio di quelle lacrime?”. Sono lacrime che attendono il nostro ritorno a Dio, la conversione del cuore.
Un’altra coppia, così come abbiamo ascoltato nel Vangelo, si fa pellegrina, come lo siamo noi. Portano tra le mani Gesù: Il Frutto benedetto, il Figlio della promessa. Lo portano insieme all’offerta dei poveri, perché davanti a Dio nessuno può venire a mani vuote. Sono il Padre e la Madre di Gesù. Essi sono oggetto della benedizione sacerdotale di Simeone, anziano di giorni, carico della Profezia d’Israele giunta al suo culmine: “Egli è qui”. Certo Dio è con noi; Dio ha scelto la piccolezza umana, il vagito di un bimbo, per contrastare l’orgoglio dei potenti. È infante, senza parole, ma è Lui la Parola eterna di Dio, fatta carne per la nostra salvezza. Egli sarà la beatitudine dei poveri e morirà nudo fuori le mura di Gerusalemme. L’antico sacerdozio poteva benedire e profetare. E Simeone lo fa, con queste parole che sono un preconio pasquale: “Ecco egli è qui per la caduta e la resurrezione di molti in Israele”. E qui Maria è immagine della Chiesa che accoglie la caduta e la resurrezione dei suoi Figli. E come afferma sant’Ambrogio: La Chiesa come la luna ha frequenti i suoi smarrimenti e le sue rinascite, ma proprio in virtù dei suoi smarrimenti crebbe e meritò di ampliarsi”. (Cf. Ambrogio, Exameron IV,8,32). La Chiesa accoglie la caduta e la resurrezione dei suoi figli, perché è testimone della morte e resurrezione del Signore. Madre e maestra di vita, è grembo fecondo della vita di Dio. Dire che la Chiesa è madre significa affermare che gli uomini diventano figli di Dio in forza della Parola e dei Sacramenti. Nella fragile tenda della Chiesa, dove il Signore raduna tutti i suoi figli egli rivela il segreto del cuore, lascia che la spada della sua parola penetri, perché l’umanità venga risanata. Anche Maria prima discepola del Figlio suo, ha già messo a disposizione il suo cuore. Ferito dal dolore e dall’amore che generano la vita. Luca è attento a porre questa custodia generativa del cuore all’inizio del suo Vangelo (Lc 2,19.51); come farà nel secondo volume di sua composizione gli Atti degli Apostoli. Qui affermerà che la prima comunità dei credenti, nell’annunciare la morte e resurrezione del Signore, provocherà una ferita del cuore generativa a quanti ascoltano il messaggio di Pietro: “All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: Che cosa dobbiamo fare?” (At 2,37).
Carissimi anche noi oggi siamo qui per raccogliere lo stupore della Parola di Dio che: “E’ viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Niente più di questo dono che è dato nella misura in cui lo possiamo contenere, può rafforzare la nostra relazione con il Signore e con i fratelli. La Madre di Dio, che qui versò lacrime di dolore e di amore, c’insegni l’umile virtù della perseveranza e ci accompagni nel pellegrinaggio della vita.



